A CHE LITIGIO GIOCHIAMO? I giochi psicologici nelle relazioni

Perché nella vita ci ritroviamo spesso in situazioni che si somigliano tra loro?
Come mai è successo di nuovo?
Come mai nonostante l’impegno, ci sembra di “interpretare” sempre lo stesso ruolo?
Pensavo che lui/lei fosse diverso dagli altri, e invece …

Se avete avuto un’interazione come questa, è molto probabile che nel linguaggio dell’analisi transazionale (Berne) steste effettuando un gioco.

Cinquant’anni fa un freudiano canadese non proprio ortodosso chiamato Eric Berne pubblicò un libro, A che gioco giochiamo  (Games people play), che diventò il manuale di auto aiuto per eccellenza degli anni sessanta, e non è difficile capire perché: Berne scoperchia i segreti delle liti familiari, dei matrimoni falliti e di tutto il resto.
Uno dei temi chiave per l’autore è proprio quello di indagare quali sono i “ruoli”, i “giochi” e i “copioni” che le persone agiscono nei rapporti con gli altri.
Secondo l’autore dietro ai litigi, scontri di coppia o professionali, amicali, sociali ci sono senz’altro, come diceva Freud, vecchie ferite, risentimenti inconsci e altre forze irrazionali, ma anche altro. Ci sono cioè una serie di giochetti

Ogni volta che le persone prendono parte ad un “gioco psicologico” assumono uno dei tre ruoli del triangolo drammatico di Karpman: Vittima, Persecutore o Salvatore.

Questi ruoli sono assunti inconsapevolmente e implicano il fatto che non si stiano utilizzando pienamente le proprie capacità Adulte.

I Ruoli

  • La vittima svaluta se stessa, esprime dolore e debolezza, nasconde la forza. In realtà, sotto sotto, la persona assume il ruolo della Vittima perché così facendo riesce ad ottenere l’attenzione di un Salvatore o di un Persecutore. In questo modo può dipendere da loro senza doversi assumere la responsabilità di sé e dei propri problemi.“Povero me, non ce la farò mai! Io non vado bene, mentre gli altri sono tutti meglio di me”.
  • Il persecutore svaluta l’altro, esprime forza e aggressività, nasconde debolezza e paura. Con tali premesse si comporta in modo critico e controllante attaccando e maltrattando gli altri.I vissuti tipici del Persecutore sono la rabbia e l’insofferenza: “E’ colpa tua, tu sei sbagliato, io invece la so più lunga di te, quindi farai ciò che ti dico io!”.
  • Il salvatore svaluta gli altri due, esprime bontà e interesse, nasconde bisogni personali e solitudine. In realtà questo gli permette di sentirsi moralmente superiore e di evitare di occuparsi dei propri sentimenti e bisogni. I vissuti tipici del Salvatore sono la soddisfazione quando riesce ad essere d’aiuto e il senso di colpa quando non vi riesce: “Ti aiuto io, tu hai bisogno del mio aiuto perché non sei capace di prenderti cura dei tuoi bisogni, quindi ti salverò io!”.

Durante un “gioco psicologico” le persone cambiano il proprio ruolo all’interno del triangolo drammatico una o più volte e alla fine tutti i “giocatori” finiscono nel ruolo di Vittima, con un vissuto di frustrazione, di impotenza e di mancanza di speranza.

Cosa sono i “giochi psicologici”

Per Berne il gioco non è un’attività libera.

Il gioco è un comportamento ripetitivo che adottiamo nell’interazione con le persone  in base ad un copione che abbiamo scritto nell’infanzia, e che, a causa di messaggi poco chiari, finisce per gettare entrambe le persone nella confusione.  

Naturalmente i “giochi psicologici” sono utilizzati in modo automatico e senza che le persone si rendano conto.

I giochi hanno queste caratteristiche:

  • ripetitività: Il gioco preferito è giocato più e più volte, cambiano i giocatori, ma lo schema del gioco rimane;
  • inconsapevolezza: i giochi sono giocati da genitore e bambino all’insaputa dell’adulto;
  • negatività: alla fine del gioco si sperimentano emozioni sgradevoli;
  • scambio di ruoli: ad un certo punto del gioco avviene uno scambio di transazioni ulteriori tra i giocatori: a livello psicologico (messaggio segreto) succede qualcosa di diverso che a livello sociale (messaggio manifesto);
  • confusione: i giochi comportano un livello di sorpresa o confusione, derivato dallo scambio di ruoli.

Tipi di “giochi psicologici”

Eric Berne ha descritto originariamente qualche decina di “giochi psicologici” ai quali, in seguito, diversi autori ne hanno aggiunti degli altri.
Qui di seguito intendo descrivere alcuni dei “giochi” maggiormente diffusi.



“Perché non … Sì, ma”.
E’ un “gioco” molto diffuso in cui c’è una persona nel ruolo di Vittima ed una o più nel ruolo di Salvatore. La Vittima presenta un problema e il Salvatore propone diverse soluzionitutte bocciate per questo o quel motivo dalla Vittima che risponde ogni volta con un “Si, ma”. In genere i Salvatori finiscono presto o tardi per cambiare ruolo e per finire nella Vittima (“Mi dispiace, cercavo solo di aiutarti!”) o nel Persecutore (“Ora mi hai stufato, pigro inetto!”). Anche la Vittima può cambiare di ruolo e, eventualmente, passare nel ruolo di Persecutore ( “E certo, per te è facile con la tua attività in proprio!”).
Ovviamente la Vittima non gioca per ottenere davvero una soluzione al proprio problema, quanto piuttosto per convincere anche gli altri e dimostrare a se stessa che il proprio problema è irresolubile e mantenersi nel ruolo di Vittima indefinitamente.

“Gamba di legno”.
La persona utilizza il proprio disagio per Vittimizzarsi, sfruttando il fatto di avere un limite come scusa per giustificare la propria mancanza di motivazione nell’affrontare i propri problemi: “Vorrei avere una relazione di coppia, ma provengo da una famiglia di genitori separati”“Che cosa pretendete da uno che ha una gamba di legno?”. La Vittima allora incontra un Salvatore che vorrebbe tanto essere d’aiuto ma finisce per cadere nel tranello e per credere alla tesi della Vittima: “Sì, hai proprio ragione, la tua gamba di legno è un ostacolo insormontabile!”. A questo punto il Salvatore stesso comincia a sentirsi impotente, e scivola anch’egli nel ruolo di Vittima.
Anche in questo caso la Vittima gioca per cercare giustificazioni al proprio non agire o una scusa per non affrontare le proprie paure.

“Guarda che mi hai fatto fare”.
In questo “gioco” il personaggio principale è una persona che ce l’ha con se stessa ma non ne è consapevole, sente solo irritazione. Non appena altre persone attorno a lei fanno o dicono qualcosa, questi prende la palla al balzo per compiere un errore e biasimare gli altri scaricando su di loro la responsabilità dell’errore.
Ad esempio, un padre torna a casa frustrato e stanco dopo una giornata di lavoro e comincia a preparare controvoglia la cena. Un figlio entra in cucina salutandolo e lui “fa cadere” in terra un piatto. Finalmente qualcuno con cui prendersela: “Guarda cosa mi hai fatto fare!”.
Il giocatore principale passa in sequenza dalla posizione iniziale di Vittima (“Non sono capace”), a quella di Persecutore (“E’ tutta colpa tua”), a quella finale di Vittima (“Nessuno mi aiuta mai”).

“Prendimi a calci”.
In questo “gioco” c’è una persona che si comporta in modo irritante. Ad esempio, arriva in ritardo, non risponde al telefono o “si dimentica” di richiamare.
La persona, in realtà, sotto sotto gode dell’irritazione altrui perché questo le dà un senso di potere e di controllo. In tal senso esercita un ruolo di Persecutore sugli altri.
Quando presto o tardi – ciò è pressoché inevitabile – qualcuno reagisce con rabbia attaccandola verbalmente, la persona può risentirsi, chiedersi: “Perché queste cose capitano sempre a me?” e sentirsi una Vittima.

“Stupido”.
In questo gioco una persona intelligente, sembra compiere intenzionalmente degli errori comportandosi in modo sbadato: “Ops! Mi sono dimenticato di telefonarti, di restituirti il libro, che oggi era il giorno della consegna del lavoro, di comprare il regalo di compleanno a mia madre, etc.”.
Fino a che un’altra persona passa nel ruolo di Persecutore e esplode: “Ma certo che sei proprio stupido!”.
In realtà lo scopo del primo giocatore è quello di mantenersi nel ruolo di Vittima e di evitare le proprie responsabilità – prendere delle decisioni o fare le cose per bene – “Perché in fondo sono uno stupido”.

Ti ho beccato figlio di puttana”
In questo gioco c’è una persona che si pone come Vittima, accettando ad esempio delle relazioni negative e svalutanti (tradimenti, violenze, insulti). Ad un certo punto, quando l’altro abbocca, il giocatore si trasforma in Persecutore e scompare, ad esempio lascia il partner con un biglietto e non cede quando l’altro fa di tutto per riconquistare terreno. Quando fa così non si sente in colpa anzi, in qualche modo si sente trionfante. Ciò nondimeno comincia un rapporto con una persona nuova e l’intera sequenza viene riproposta un’altra volta. Il motto di questo gioco è “Io sarò dolce e paziente. Ma aspetta che ti becchi!”.

Se i giochi sono così estenuanti, perchè li effettuiamo?

Un gioco rappresenta la migliore strategia che un bambino ha per ottenere qualcosa dal mondo. Quando effettuiamo dei giochi nell’età adulta stiamo cercando di esaudire un autentico bisogno del Bambino che eravamo e lo esprimiamo nel modo che abbiamo imparato in famiglia. In sostanza manipoliamo l’ambiente creando situazioni comportanti “emozioni parassite” (leggi il mio articolo) con l’obiettivo di ottenere il sostegno genitoriale che ottenevamo nell’infanzia provando ed esibendo queste emozioni parassite. E’ sempre questa la funzione dei giochi nell’età adulta: riproporre, inconsciamente, una vecchia strategia infantile. In analisi transazionale questo si chiama racket, cioè creare situazioni ad hoc (inconsapevolmente), come i giochi, per poi provare quell’emozione negativa anche se avrei potuto evitarla alla grande

In genere è difficile lasciare andare i ruoli e – di conseguenza – i “giochi” che utilizziamo di solito. Questo perché ruoli e “giochi”, oltre a rappresentare una fonte stabile di attenzioni, tendono a definire la nostra identità. In altre parole, le persone fanno fatica ad allontanarsene perché temono di rinunciare ad una parte importante di se stesse.
Il processo di presa di consapevolezza e di acquisizione di nuove e migliori strategie è spesso lento, passando per prese di coscienza graduali.

Dott.ssa Vania Munari
Psicologa

BIBLIOGRAFIA
Joines V., Stewart I., L’analisi Transazionale guida alla psicologia dei rapporti umani, Garzanti, Milano, 1990
Berne E., Ciao!…E poi?, tr. it. di R. Spinola e L. Bruno, Bompiani, Milano 1979.
Steiner C.M., Copioni di vita, Edizioni La VIta Felice, Milano, 2011.

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