Il LUTTO è un PROCESSO che ha bisogno di tempo.

Fra le esperienze che capitano a ogni essere umano, una delle più difficili da affrontare è quella del lutto. Il dizionario di Psicologia curato qualche anno fa da Umberto Galimberti lo definisce come “uno stato psicologico conseguente alla perdita di un oggetto significativo, che ha fatto parte integrante dell’esistenza. La perdita può essere di un oggetto esterno, come la morte di una persona, la separazione geografica, l’abbandono di un luogo, oppure interno, come il chiudersi di una prospettiva, la perdita della propria immagine sociale, un fallimento personale e simili”. 

Si può quindi affermare che il lutto (o meglio la sua elaborazione) è un processo e non un evento.

Il lutto ha bisogno di tempo

Il lutto, inteso in senso generale come  la perdita di una persona cara, la fine di una storia o un tradimento, è per natura l’evento che più può far cadere in crisi. Oggi la possibilità di elaborarlo sta diventando sempre più ardua poiché i tempi della modernità rendono difficile fermarsi, o almeno trovare gli spazi per “stare con il proprio dolore”. La tendenza è di rimettersi subito a lavorare, di mostrarsi forti, anche perché manifestare fragilità e commozione spesso  è segno di debolezza e si rischia di pagarlo caro.

Il lutto in un processo dinamico

Diversi autori e studiosi hanno proposto schemi per analizzare le cosiddette fasi del lutto. A tal proposito, la Kubler-Ross distingue 5 fasi che, se superate con successo, portano a raggiungere l’obiettivo più importante dell’accettazione della perdita. Tali fasi possono essere estese non solo al lutto vero e proprio, inteso come come morte di una persona cara, ma anche per la fine di una relazione o per un tradimento.

Le fasi del lutto

  • Negazione/Rifiuto: la prima reazione è sempre di incredulità di fronte a un evento estremo come la perdita (morte, fine relazione, tradimento): si tratta di una difesa psichica, che passa in poco tempo. “Non può essere successo” o “Non è realmente accaduto” sono le classiche frasi che balenano nella nostra mente, pur di non prendere coraggio e affrontare un problema che non vogliamo vedere
  • Rabbia: il carico di dolore può provocare risentimento verso se stessi o persone vicine o persino verso la stessa persona defunta  o che ha tradito o che ha interrotto la relazione. Nelle coppie questa fase insorge quando falliscono tutti i tentativi di trovare proprie responsabilità e si scarica tutta la frustrazione e la delusione sul partner: “mi hai ingannata, non sei la persona che credevo tu fossi”, oppure “è tutta colpa tua se è successo, io ti ho dato tutto”. L’emozione prevalente è la rabbia verso il partner, poiché se c’è stato il tradimento o la rottura del rapporto, la colpa è unicamente la sua;
  • Negoziazione: si tenta di reagire trovando spiegazioni razionali all’evento. Nel caso di morte di una persona cara, ad esempio, che la persona amata abbia smesso di soffrire. Nel caso di tradimento o fine di una storia l’esperienza di lutto  ora non viene negata. Semplicemente  non viene  accettata. Si tende a sostituirla con la speranza di poter tornare indietro nel tempo ed evitarlo, di scendere a patti, di reagire al senso di impotenza trovando motivi e giustificazioni che spieghino l’accaduto. Questa è la fase dell’introspezione, della riflessione, del pensiero fisso alla ricostruzione dell’evento;
  • Tristezza: è il momento della resa, dell’accettazione e del dolore intimo. Si perdono le forze di agire e di reagire. Non si cercano più i colpevoli; niente può risanare questo grande dolore. “Non riuscirò mai a perdonarlo” o “Non mi riprenderò mai”. Sono sintomi tipici di un’accettazione passiva poiché “nulla potrà farmi tornare il sorriso”;
  • Accettazione: si prende atto di quanto è successo per poi riconciliarsi con la realtà e ricominciare a vivere. L’accettazione vera e propria nasce dalla definitiva presa di coscienza di quanto accaduto che si un tradimento, la morte o la fine di una relazione: si può andare avanti, indietro non si torna, non ci sono né vinti né vincitori.

Non forzare i tempi al dolore

Gli specialisti affermano che per un completo superamento di un tipo di dolore simile occorrano mediamente 18 mesi. Naturalmente si tratta di un modello universale che va adattato alle singole situazioni quindi anche i tempi sono relativi. Non tutti vivono ogni fase nella sequenza descritta: ognuno elabora il lutto a modo suo sulle tracce della propria storia, dei propri copioni e dei propri “permessi”. Non c’è modo di accelerarne artificialmente il corso.

Cosa è importante fare

  • Lasciare fluire la sofferenza. Non schiacciarla, non trattenerla, almeno quando sei da solo/a. Prenditi comunque qualche giorno di pausa dalle consuete attività.
  • Trovare il proprio modo per vivere il dolore. Il lutto è un evento intimo e nessun familiare, amico, può imporre come affrontarlo. Non ci sono modelli o prescrizioni.
  • Risolvere il conflitto.  Se il rapporto con chi è mancato era controverso ed è rimasto in sospeso, o se senti che il tradimento subito è troppo forte da gestire o la fine della storia troppo grande da superare, è consigliabile un breve percorso psicoterapeutico orientato in tal senso. Con i propri tempi.
Per un po’ forse continuerò a urlare il tuo nome a me stesso, nel cuore.
Ma alla fine la ferita si cicatrizzerà.”

dal libro “Che tu sia per me il coltello” di David Grossman 

Dott.ssa Vania Munari

BIBLIOGRAFIA
Alberoni F., Ti amo, Milano, Rizzoli, 1996.
Galimberti U., Dizionario di Psicologia, UTET, 2006.
Mangini E., Lezioni sul pensiero freudiano e sue iniziali diramazioni, Milano, LED, 2001.
Morelli R., Nessuna ferita è per sempre, Milano, Mondadori, 2016.
Pasini W., Volersi bene volersi male, Milano, Mondadori, 1995.
Pasini W., I tempi del cuore, Milano, Mondadori,1996.

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